Il Castello di Montecavallo: la storia della famiglia tra vigneti, architettura e memoria

Il Castello di Montecavallo: la storia della famiglia tra vigneti, architettura e memoria

Sulla sommità della collina di Vigliano Biellese che sin dal 1200 sorveglia con discrezione il panorama prealpino, sorge il Castello di Montecavallo. Più che una dimora, esso rappresenta un punto di congiunzione tra la storia di due dinastie e la vocazione agricola di un territorio d'eccellenza. Qui, l'architettura neogotica e i filari di Nebbiolo raccontano un'unica trama: quella di una famiglia che ha saputo custodire la memoria guardando sempre oltre l'orizzonte.

Capitolo I

Le origini della rocca e il dono alla città

Le radici di questo luogo affondano nel Medioevo, e sono legate alla stirpe degli Avogadro di Collobiano, presenti nei territori del Vercellese e del Biellese sin dal XII secolo. Tuttavia, il destino della proprietà vide un passaggio cruciale nel XVIII secolo. Intorno al 1710, per dispute familiari, la Rocca di Montecavallo venne lasciata in eredità da Carlo Giovanni Battista Avogadro all'Ospedale degli Infermi di Biella: un fine nobile rivolto al bene collettivo.

Testimonianza di questo legame con la comunità locale, è data dal fatto che il ricovero per i malati si rifornì per secoli del ghiaccio conservato nell'enorme ghiacciaia di Montecavallo.

Capitolo II

La rinascita dell'Ottocento: Filiberto Avogadro e l'architettura sabauda

Fu solo nel 1831 che Filiberto Avogadro di Collobiano, diplomatico di alto rango al servizio di Re Carlo Felice e della Regina Maria Cristina di Savoia, decise di ricomprare l'intera collina dall'Ospedale per riportarla nel patrimonio di famiglia. Incaricato dal sovrano di supervisionare il restauro dell'Abbazia di Hautecombe in Savoia — il monumentale sacrario della dinastia sabauda — Filiberto volle traslare quell'eleganza neogotica anche nel Biellese.

Per la costruzione del Castello, avvenuta tra il 1836 e il 1838, chiamò lo stesso architetto dell'Abbazia, Alfonso Dupuy, il quale si occupò anche del progetto dell'antica facciata dell'Ospedale degli Infermi di Biella. È proprio grazie a questa illustre firma condivisa che il legame tra le diverse strutture divenne architettonico oltre che storico: la ghiacciaia, seppur sovradimensionata per una residenza privata, fu mantenuta e integrata nel progetto di Dupuy come simbolo di quella continuità solidale.

La struttura del castello, che avrebbe dovuto inglobare l'antica torre e la casaforte militare del XIII secolo, venne sviluppata con cura meticolosa. L'antica cantina, ancora perfettamente conservata, e il reimpianto dei vigneti furono parte integrante del progetto neogotico di Dupuy, così come il parco che circonda il maniero: la quintessenza del giardino all'italiana, dove roseti, glicini e rododendri convivono con piante esotiche in un microcosmo di rara bellezza.

Insieme al castello venne ricostruita anche in stile neogotico la Cappella, attualmente intitolata a San Filippo Neri, in cui si trovano alcune opere di artisti locali e la pietà dello scultore Cacciatori di Carrara. Sulla destra si può scorgere l'angelo custode di Bienaimée, allievo del grande maestro neoclassico danese Thorvaldsen. Da notare anche un elemento tipico della storia spirituale biellese: una statua di terracotta raffigurante la Madonna, datata tra il '600 e '700, simile ad altri manufatti del vicino Santuario della Madonna di Oropa.

Capitolo III

Le cantine sotterranee del castello e i suoi misteri

Nelle antiche cantine del Castello si cela una struttura monumentale che ancora oggi stupisce per le sue dimensioni: la ghiacciaia. Il motivo di tale imponenza era funzionale: la ghiacciaia forniva il ghiaccio per l'intero ospedale cittadino, servizio che legò indissolubilmente la storia di Montecavallo al benessere della comunità biellese.

Il ghiaccio veniva estratto dal laghetto in fondo al bosco di Montecavallo e, insieme alla neve raccolta e pressata, andava a riempire la ghiacciaia sotterranea, a cui si accede tutt'ora visitando le antiche cantine del castello.

Una leggenda narra anche della presenza di un tunnel sotterraneo che avrebbe unito Montecavallo a Valdengo, entrambi feudi degli Avogadro, ma a tutt'oggi non è stato trovato.

Capitolo IV

Il Novecento: Clara Reda e il salotto delle arti

Il XX secolo ha visto Montecavallo trasformarsi in un crocevia di cultura internazionale grazie alla figura di Clara Reda, moglie di Ferdinando Avogadro di Collobiano. Discendente di due pilastri dell'imprenditoria locale — le famiglie Reda e Sella — Clara fu un'artista poliedrica, allieva del maestro Felice Casorati e animata da uno spirito cosmopolita.

Durante la sua permanenza a Montecavallo, che abitò fino alla sua scomparsa nel 2006, rese il castello un cenacolo intellettuale, ospitando personalità del calibro di Salvador Dalí, che tra queste mura lasciò traccia del suo passaggio con una dedica nel libro degli ospiti.

1941

Matrimonio con il Conte Ferdinando Avogadro di Collobiano

1943

Trasferimento a Montecavallo dopo i bombardamenti su Torino

~1970

Oddone Incisa della Rocchetta si trasferisce a Montecavallo

Le due coppie erano legate da un'amicizia profonda: Clara e Ferdinando erano amici intimi di Oddone Incisa della Rocchetta e sua moglie Consolata Asinari di San Marzano. Poco dopo la scomparsa del Conte Avogadro nel 1967, anche Consolata morì. Il legame di profonda amicizia tra Oddone e Clara, rimasti entrambi vedovi, si trasformò ben presto in matrimonio: e nei primi anni '70 Oddone si trasferisce così a Montecavallo, unendosi a Clara e alla figlia Maria Chiara.

Il Marchese Oddone portò sulla collina non solo una nuova dinastia, ma una visione vitivinicola rivoluzionaria derivante dall'esperienza della sua famiglia d'origine a Rocchetta Tanaro. Oddone era infatti fratello di Mario Incisa della Rocchetta, colui che creò a Bolgheri uno dei vini più iconici del mondo: il Sassicaia.

Grazie a Oddone, i vigneti storicamente terrazzati e lavorabili solo a mano vennero resi "trattorabili" attraverso un'imponente opera di spostamento terra, arrivando a coprire una superficie di 10 ettari.

Sotto poi l'impulso di Maria Chiara, la vocazione vinicola di Montecavallo divenne un'impresa d'eccellenza: dalla fine degli anni '90, la costruzione della nuova cantina e la nascita del vino Cajanto segnarono l'inizio di una nuova forza produttiva, traghettando il vino biellese in una nuova epoca.

Capitolo V

La nuova era: Tomaso e Martina Incisa della Rocchetta

Oggi, il testimone di questa roccaforte dell'enologia biellese è passato nelle mani di Martina e Tomaso Incisa della Rocchetta, figli di Maria Chiara e Ottaviano Incisa della Rocchetta. Cresciuti tra le vigne di Montecavallo a Vigliano Biellese, i due fratelli incarnano una visione in perfetto equilibrio tra tradizione e innovazione.

Nel 2021 il loro arrivo nella gestione ha coinciso con una grande sfida, a cui i due fratelli hanno risposto con un restart coraggioso, puntando sulla lotta integrata in vigneto e una rivoluzione totale in cantina.

Martina Incisa

Forte della propria passione e delle esperienze internazionali in Sudafrica, supervisiona oggi la gestione in vigna. La sua filosofia è rigorosa: la qualità di un vino è lo specchio fedele della salute della terra. Si impegna ogni anno a elevare l'ospitalità del Castello, curando i percorsi di visita e le degustazioni.

Tomaso Incisa

Dopo molti anni trascorsi a studiare e lavorare all'estero, in particolare in Cina, ha ascoltato il richiamo delle radici. Oggi coordina la visione strategica e commerciale dell'azienda, nonché la cantina, applicando una mente analitica alla creazione di vini eleganti e fedeli al terroir dell'Alto Piemonte biellese.

Verso il futuro

Il sogno della collina vitata

L'obiettivo attuale è tanto ambizioso quanto poetico: riportare la collina di Montecavallo dai circa 4 ettari attuali alla sua estensione originaria dell'Ottocento. Un progetto che prevede di creare un'oasi di biodiversità e viticoltura d'eccellenza che abbracci l'intero maniero.

Ogni bottiglia che lascia la cantina di Montecavallo porta con sé mille anni di storia, l'eleganza sabauda, il tocco dell'artista e, soprattutto, l'amore di una famiglia che continua a vedere in questa dimora non solo una casa, ma un destino da coltivare.